C'era una volta il marito di un'amica di mia sorella. Aveva un buon lavoro e persino l'auto aziendale. Licenziato dalla ditta, si è comprato una macchina identica e per alcuni mesi ha continuato a comportarsi come se nulla fosse: la mattina faceva colazione, salutava la moglie e usciva di casa fingendo di andare al lavoro. Alla fine è stato scoperto (pensava forse di potersela cavare?) e oltre al lavoro ha perso la moglie e anche la casa.
Sembra incredibile ma è successo per davvero.
Tuesday, September 30, 2008
Monday, September 29, 2008
Cose che non capisco (3)
Non ho ancora avuto il piacere di noleggiare un DVD in cui i sottotitoli coincidano con quanto recitato dagli attori (indipendentemente dalla lingua scelta). E voi?
Cose che non capisco (2)
Vorrei conoscere i progettisti delle vaschette per salumi; i contenitori si aprono sempre dalla parte sbagliata: quella in cui la prima fetta disponibile è in fondo a tutte le altre.
Babel
Ho visto Babel (Stati Uniti, 2006) di Alejandro González Iñárritu (con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Koji Yakusho, Adriana Barraza, Rinko Kikuchi).
Segmenti di storie che viaggiano in parallelo ma collegate e incastrate tra loro. Un modo, anche cinematografico, per descrivere i temi della frammentazione, della solitudine e dell'incomunicabilità dei mondi moderni.
Non era facile fare un lavoro di questo tipo e non sempre il regista c'è riuscito. Non un capolavoro, ma di sicuro un buon film che vale la pena vedere e consigliare.
Segmenti di storie che viaggiano in parallelo ma collegate e incastrate tra loro. Un modo, anche cinematografico, per descrivere i temi della frammentazione, della solitudine e dell'incomunicabilità dei mondi moderni.
Non era facile fare un lavoro di questo tipo e non sempre il regista c'è riuscito. Non un capolavoro, ma di sicuro un buon film che vale la pena vedere e consigliare.
Sunday, September 28, 2008
Saturday, September 27, 2008
Life after death
La commedia è finita, sono calate le tende sul teatrino Alitalia. Tutto come previsto. Ma c'è un ultimo atto. Prima o poi la nuova CAI farà il suo ingresso in Borsa, e allora si aprirà la cuccagna: Colaninno e soci sanno che là fuori è pieno di polli da spennare.
The Woodsman
Ho visto The Woodsman (Stati Uniti, 2004) di Nicole Kassell (qui tradotto come Il Segreto).
Film relativamente breve (meno di 90 minuti) che tratta il tema delicato della pedofilia.
Senza entrare nel merito (è un film che ritengo valga la pena di vedere) segnalo l'interpretazione davvero notevole di Kevin Bacon, qui nei panni di Walter (il protagonista della pellicola), un uomo che tenta di ricostruire la propria vita dopo dodici anni di carcere.
Film relativamente breve (meno di 90 minuti) che tratta il tema delicato della pedofilia.
Senza entrare nel merito (è un film che ritengo valga la pena di vedere) segnalo l'interpretazione davvero notevole di Kevin Bacon, qui nei panni di Walter (il protagonista della pellicola), un uomo che tenta di ricostruire la propria vita dopo dodici anni di carcere.
I due Toscani
Negli ultimi tempi sono entrate nel gergo giornalistico e telegiornalistico, e quindi in quello comune, parole come attenzionare e sparatore. Parole che suonano orribili alla consuetudine del nostro udito padano. Da noi quei termini non esistono: si tratta infatti di importazioni dal Toscano parlato in Italia.
Di fatto il Toscano è ormai costituito da due tronconi: quello parlato qui da noi e quello di matrice italiana; per ragioni ovvie, quest'ultimo è sempre più diffuso anche nelle nostre terre.
Nulla di male naturalmente, quindi nulla di male anche a voler rimarcare le differenze.
Mi piacerebbe si parlasse apertamente di due lingue distinte, un po' come l'Inglese britannico si differenza da quello statunitense, canadese, australiano e neozelandese.
Le differenze sono numerose e innegabili: ci vorrebbero molte pagine per parlarne diffusamente. Può essere utile ricordare un caso molto tipico ed evidente: lo scambio tra la transitività e l'intransitività di alcuni verbi. Verbi che nella nostra lingua sono seguiti abitualmente da un complemento indiretto o da nessun complemento (sparare, sputare, scendere, ...) nel Toscano italiano prendono il complemento oggetto: per noi si spara a qualcuno, per loro si spara qualcuno. Un'espressione come ti sputo da noi significa sputo a te, da loro sputo te. Esiste anche il caso opposto. Verbi che per noi sono transitivi (salutare, chiamare, ...) per gli Italiani diventano intransitivi (salutare a qualcuno, chiamare a qualcuno). E via di questo passo.
Tutto ciò è innegabile. D'altra parte, come dice il proverbio, il mondo è bello perché è vario: noi siamo noi e loro sono loro.
Di fatto il Toscano è ormai costituito da due tronconi: quello parlato qui da noi e quello di matrice italiana; per ragioni ovvie, quest'ultimo è sempre più diffuso anche nelle nostre terre.
Nulla di male naturalmente, quindi nulla di male anche a voler rimarcare le differenze.
Mi piacerebbe si parlasse apertamente di due lingue distinte, un po' come l'Inglese britannico si differenza da quello statunitense, canadese, australiano e neozelandese.
Le differenze sono numerose e innegabili: ci vorrebbero molte pagine per parlarne diffusamente. Può essere utile ricordare un caso molto tipico ed evidente: lo scambio tra la transitività e l'intransitività di alcuni verbi. Verbi che nella nostra lingua sono seguiti abitualmente da un complemento indiretto o da nessun complemento (sparare, sputare, scendere, ...) nel Toscano italiano prendono il complemento oggetto: per noi si spara a qualcuno, per loro si spara qualcuno. Un'espressione come ti sputo da noi significa sputo a te, da loro sputo te. Esiste anche il caso opposto. Verbi che per noi sono transitivi (salutare, chiamare, ...) per gli Italiani diventano intransitivi (salutare a qualcuno, chiamare a qualcuno). E via di questo passo.
Tutto ciò è innegabile. D'altra parte, come dice il proverbio, il mondo è bello perché è vario: noi siamo noi e loro sono loro.
Friday, September 26, 2008
Quotes and Aphorisms (36)
Hard work spotlights the character of people: some turn up their sleeves, some turn up their noses, and some don't turn up at all
[Sam Ewig]
There are some women who should barely be spoken to; they should only be caressed
[Edgar Degas]
By three methods we may learn wisdom: first, by reflection, which is noblest; second, by imitation, which is easiest; and third by experience, which is the bitterest
[Confucius]
[Sam Ewig]
There are some women who should barely be spoken to; they should only be caressed
[Edgar Degas]
By three methods we may learn wisdom: first, by reflection, which is noblest; second, by imitation, which is easiest; and third by experience, which is the bitterest
[Confucius]
Thursday, September 25, 2008
L'Alitalia e il Sistema-Paese
Da giorni assistiamo a un copione di cui tutti, da lungo tempo, conosciamo la fine. Una tragi-commedia, naturalmente all'italiana. Ogni attore reclama i suoi momenti di gloria. Si recita attorno a un cadavere che giace all'obitorio disteso sul lettino. Tutti parlano, tutti minacciano, ma nessuno fa quel che dovrebbe fare: prendere il bisturi e dare avvio all'autopsia, per recuperare gli organi sani che ancora si possono donare. Finirà ancora una volta a tarallucci e vino. Si metteranno tutti d'accordo, si daranno delle gran pacche sulle spalle e si racconterà che si erano solo sbagliati: il morto non era morto, era solo un disguido, un'icomprensione, tutto un equivoco. Lui stesso si alzerà in piedi e tornerà a camminare. L'obitorio era solo un'illusione, una specie di brutto sogno: al risveglio tornerà ad essere l'hotel a cinque stelle che è sempre stato.
Wednesday, September 24, 2008
Fade to black?
Anche dopo un album brutto come ReLoad (1997) e uno bruttissimo come St. Anger (2003), l'attesa per un nuovo disco dei Metallica provoca ancora una certa trepidazione, almeno in chi, come me, ha avuto per il gruppo di San Francisco una vera e propria adorazione.
Primi anni del liceo (il severo Einstein di Milano), nel mezzo dei tanto bistrattati ma in fondo gloriosi anni Ottanta; è stato quello il periodo d'oro per James, Lars e soci; e c'era ancora Cliff.
Ricordo come se fosse ieri la prima volta che ho ascoltato Master Of Puppets (1986); un walkman di un coetaneo di nome Alessandro che, come me, rientrava a casa su uno sgangherato pulmann della SGEA. Ricordo lo sconcerto iniziale: "Ma è musica questa? Come si fa ad ascoltare questa roba? È rumore allo stato puro!". Abituato alle melodie convenzionali degli Iron Maiden devo aver pensato qualcosa del genere. Ma ero io a non essere pronto. Le cose hanno preso una piega diversa al secondo ascolto, a casa mia, quello stesso pomeriggio. Ho fatto in fretta: da quel momento in avanti dentro di me ha cominciato a prendere forma la consapevolezza di trovarmi al cospetto di uno di quei gruppi che nascono soltanto una volta ogni 15-20 anni.
I Metallica sono stati per me quello che i Led Zeppelin hanno rappresentato per un giovane degli anni Settanta.
Il 12 Settembre 2008 è uscito in contemporanea mondiale Death Magnetic. Quello che racconterò in questa sede è il frutto delle mie prime impressioni, derivate da un solo ascolto (escluso il singolo The Day That Never Comes, passato a ripetizione su tutte le TV e le radio da alcuni giorni a questa parte). Più avanti mi riprometto di tornare sull'argomento per scrivere un commento a freddo e più misurato.
Innanzitutto... ci sono buone notizie? Sì, ci sono. Death Magnetic è senza dubbio un allontanamento, voluto e sentito (forse anche indotto), dalla pochezza artistica toccata con St. Anger. Brutto titolo e copertina grossolana, ma almeno questa volta i Metallica sono tornati a suonare la musica che tutti conosciamo. Le buone notizie, però, finiscono qui.
Del nuovo disco colpiscono soprattutto tre cose:
(1) le linee sonore di fondo e gli schemi musicali proposti non hanno assolutamente nulla di innovativo (non che ciò sia necessariamente un male); qui non c'è nessuna progressione, nessuna evoluzione, nessun tentativo di sperimentazione (sono lontani i tempi del controverso Load): ogni pezzo ha un'impronta ben nota, immediatamente riconoscibile a ogni estimatore del gruppo; ci sono forti echi del periodo ...And Justice For All (1988), soluzioni mutuate dal Black Album (1991) e qualche incursione nella produzione precedente (Master Of Puppets, Kill 'Em All).
(2) la maggior parte dei brani ha una struttura particolarmente lunga, molto articolata e spesso fastidiosamente complessa (in questo ci sono molte somiglianze proprio con l'epoca di ...And Justice For All).
(3) i nuovi brani, purtroppo, quasi mai riescono a brillare di luce propria: per contro si ha invece la spiacevole sensazione di trovarsi di fronte ad avanzi del passato. Come un leone troppo stanco, troppo vecchio e malandato che non può più graffiare, anche se ci prova ancora, per istinto o disperazione; non fa più paura, non ci spaventa; per lui, anzi, si prova fin quasi compassione.
Delusione? In fondo no, perché - siamo onesti - nessuno in realtà avrebbe potuto aspettarsi un ritorno ai fasti di un passato davvero immenso. Una donna che ha passato i quaranta e si avvicina ai cinquanta può avere un grande fascino, modellato e affinato dalla saggezza del tempo, ma scadrebbe nel ridicolo se cercasse di scimmiottare una venticinquenne dei tempi moderni; e lo stesso dicasi per un atleta in pensione che cercasse di competere con chi è più giovane di quattro o cinque lustri; mancano le doti fisiche e manca la lucidità. I giocatori del passato, non a caso, sono spesso i dirigenti sportivi del presente: nessun calciatore scenderebbe in campo a 45 anni, pena una prevedibile figuraccia. L'errore dei Metallica, in sintesi, è stato proprio questo: volersi confrontare con quello che loro stessi erano venti o venticinque anni prima. Comprensibilmente non c'è più l'ispirazione di una volta, che è sempre stata a carico di Lars e soprattutto di James, e mancano anche le stesse forze per poter suonare certi pezzi (un brano come My Apocalypse, che rimnada dritto dritto a Damage Inc., proposto nel 2008 suona del tutto ridicolo).
Da un punto di vista strettamente musicale si sentono le incrinature della voce di Hetfield e lasciano amarezza certi passaggi solistici di Hammett; Ulrich fa il suo onesto dovere, mentre Trujillo è relegato in un anonimo sottofondo.
Il mio desiderio, per quel che conta, è quello di vedere i Metallica comporre, prima o poi, il vero successore di Load (1996). Abbandonare il metal dei vigori giovanili (già consegnato ai capolavori della storia della musica) e passare alla maturità di un rock, energico quanto si vuole, ma intriso di elettricità blues. Io Hetfield, il grande Hetfield, me lo immagino così.
Primi anni del liceo (il severo Einstein di Milano), nel mezzo dei tanto bistrattati ma in fondo gloriosi anni Ottanta; è stato quello il periodo d'oro per James, Lars e soci; e c'era ancora Cliff.
Ricordo come se fosse ieri la prima volta che ho ascoltato Master Of Puppets (1986); un walkman di un coetaneo di nome Alessandro che, come me, rientrava a casa su uno sgangherato pulmann della SGEA. Ricordo lo sconcerto iniziale: "Ma è musica questa? Come si fa ad ascoltare questa roba? È rumore allo stato puro!". Abituato alle melodie convenzionali degli Iron Maiden devo aver pensato qualcosa del genere. Ma ero io a non essere pronto. Le cose hanno preso una piega diversa al secondo ascolto, a casa mia, quello stesso pomeriggio. Ho fatto in fretta: da quel momento in avanti dentro di me ha cominciato a prendere forma la consapevolezza di trovarmi al cospetto di uno di quei gruppi che nascono soltanto una volta ogni 15-20 anni.
I Metallica sono stati per me quello che i Led Zeppelin hanno rappresentato per un giovane degli anni Settanta.
Il 12 Settembre 2008 è uscito in contemporanea mondiale Death Magnetic. Quello che racconterò in questa sede è il frutto delle mie prime impressioni, derivate da un solo ascolto (escluso il singolo The Day That Never Comes, passato a ripetizione su tutte le TV e le radio da alcuni giorni a questa parte). Più avanti mi riprometto di tornare sull'argomento per scrivere un commento a freddo e più misurato.
Innanzitutto... ci sono buone notizie? Sì, ci sono. Death Magnetic è senza dubbio un allontanamento, voluto e sentito (forse anche indotto), dalla pochezza artistica toccata con St. Anger. Brutto titolo e copertina grossolana, ma almeno questa volta i Metallica sono tornati a suonare la musica che tutti conosciamo. Le buone notizie, però, finiscono qui.
Del nuovo disco colpiscono soprattutto tre cose:
(1) le linee sonore di fondo e gli schemi musicali proposti non hanno assolutamente nulla di innovativo (non che ciò sia necessariamente un male); qui non c'è nessuna progressione, nessuna evoluzione, nessun tentativo di sperimentazione (sono lontani i tempi del controverso Load): ogni pezzo ha un'impronta ben nota, immediatamente riconoscibile a ogni estimatore del gruppo; ci sono forti echi del periodo ...And Justice For All (1988), soluzioni mutuate dal Black Album (1991) e qualche incursione nella produzione precedente (Master Of Puppets, Kill 'Em All).
(2) la maggior parte dei brani ha una struttura particolarmente lunga, molto articolata e spesso fastidiosamente complessa (in questo ci sono molte somiglianze proprio con l'epoca di ...And Justice For All).
(3) i nuovi brani, purtroppo, quasi mai riescono a brillare di luce propria: per contro si ha invece la spiacevole sensazione di trovarsi di fronte ad avanzi del passato. Come un leone troppo stanco, troppo vecchio e malandato che non può più graffiare, anche se ci prova ancora, per istinto o disperazione; non fa più paura, non ci spaventa; per lui, anzi, si prova fin quasi compassione.
Delusione? In fondo no, perché - siamo onesti - nessuno in realtà avrebbe potuto aspettarsi un ritorno ai fasti di un passato davvero immenso. Una donna che ha passato i quaranta e si avvicina ai cinquanta può avere un grande fascino, modellato e affinato dalla saggezza del tempo, ma scadrebbe nel ridicolo se cercasse di scimmiottare una venticinquenne dei tempi moderni; e lo stesso dicasi per un atleta in pensione che cercasse di competere con chi è più giovane di quattro o cinque lustri; mancano le doti fisiche e manca la lucidità. I giocatori del passato, non a caso, sono spesso i dirigenti sportivi del presente: nessun calciatore scenderebbe in campo a 45 anni, pena una prevedibile figuraccia. L'errore dei Metallica, in sintesi, è stato proprio questo: volersi confrontare con quello che loro stessi erano venti o venticinque anni prima. Comprensibilmente non c'è più l'ispirazione di una volta, che è sempre stata a carico di Lars e soprattutto di James, e mancano anche le stesse forze per poter suonare certi pezzi (un brano come My Apocalypse, che rimnada dritto dritto a Damage Inc., proposto nel 2008 suona del tutto ridicolo).
Da un punto di vista strettamente musicale si sentono le incrinature della voce di Hetfield e lasciano amarezza certi passaggi solistici di Hammett; Ulrich fa il suo onesto dovere, mentre Trujillo è relegato in un anonimo sottofondo.
Il mio desiderio, per quel che conta, è quello di vedere i Metallica comporre, prima o poi, il vero successore di Load (1996). Abbandonare il metal dei vigori giovanili (già consegnato ai capolavori della storia della musica) e passare alla maturità di un rock, energico quanto si vuole, ma intriso di elettricità blues. Io Hetfield, il grande Hetfield, me lo immagino così.
56%
56% è la percentuale di Finlandesi che detengono un'arma. Detenzioni in massima parte legali, non certo come in Italia, ma questo numero spiega in toto la strage di ieri a Kauhajoki.
Pensare che in Finlandia la quota di pazzi sia più alta che altrove è poco ragionevole, ma in Finlandia un pazzo può armarsi più facilmente e dunque ha una probabilità più elevata di causare eventi come quello di ieri.
In fatto di armi noi Europei dovremmo dirci orgogliosi di non essere come gli Statunitensi. Orgogliosi in generale, perché la Finlandia, purtroppo, su questo fronte è un caso a parte.
Pensare che in Finlandia la quota di pazzi sia più alta che altrove è poco ragionevole, ma in Finlandia un pazzo può armarsi più facilmente e dunque ha una probabilità più elevata di causare eventi come quello di ieri.
In fatto di armi noi Europei dovremmo dirci orgogliosi di non essere come gli Statunitensi. Orgogliosi in generale, perché la Finlandia, purtroppo, su questo fronte è un caso a parte.
Tuesday, September 23, 2008
Quotes and Aphorisms (35)
The meeting of two personalities is like the contact of two chemical substances: if there is any reaction, both are transformed
[Carl Jung]
The shifts of fortune test the reliability of friends
[Cicero]
You can make more friends in two months by becoming interested in other people than you can in two years by trying to get other people interested in you
[Dale Carnegie]
[Carl Jung]
The shifts of fortune test the reliability of friends
[Cicero]
You can make more friends in two months by becoming interested in other people than you can in two years by trying to get other people interested in you
[Dale Carnegie]
Monday, September 22, 2008
People make the difference
Come molti, durante gli anni del liceo ho imparato sulla mia pelle come un insegnate possa fare la differenza; specialmente in materie ostiche come la fisica e la matematica. Ho odiato la mia insegnate del biennio e amato quella del triennio. E il mio rapporto con quelle materie è stato ovviamente quasi opposto durante le due esperienze citate.
In misura simile deve accadere qualcosa del genere anche in ambiti diversi. Ho sempre avuto una certa ritrosia nei confronti del Giappone; ieri sera, invece, sono stato a casa dell'amico Massimo Grattieri, che, tra le altre qualità, è in possesso di un'abilità non comune nell'arte degli scatti fotografici. Le sue foto del Giappone mi hanno conquistato; forse non ci andrò in vacanza nel breve o nei prossimi anni, ma di certo ora guardo a quella terra con molta curiosità e interesse.
In misura simile deve accadere qualcosa del genere anche in ambiti diversi. Ho sempre avuto una certa ritrosia nei confronti del Giappone; ieri sera, invece, sono stato a casa dell'amico Massimo Grattieri, che, tra le altre qualità, è in possesso di un'abilità non comune nell'arte degli scatti fotografici. Le sue foto del Giappone mi hanno conquistato; forse non ci andrò in vacanza nel breve o nei prossimi anni, ma di certo ora guardo a quella terra con molta curiosità e interesse.
Black Stone Cherry
Mi sono imbattuto, quasi per caso, in Folklore And Superstition, secondo album dei Black Stone Cherry (www.blackstonecherry.com), un gruppo proveniente dalla sconosciuta cittadina di Edmonton, nel Kentucky centro-meridionale.
È un album che conquista e affascina sin dal primo ascolto: qui troverete grandi melodie imperniate su un robusto e possente telaio hard rock, e ogni tanto emergono misurate influenze di vario tipo, in primis di rock sudista, il che è anche logico data la provenienza della giovane formazione statunitense. Brilla anche la produzione del suono: pulita e cristallina.
Una gradita sorpresa!
È un album che conquista e affascina sin dal primo ascolto: qui troverete grandi melodie imperniate su un robusto e possente telaio hard rock, e ogni tanto emergono misurate influenze di vario tipo, in primis di rock sudista, il che è anche logico data la provenienza della giovane formazione statunitense. Brilla anche la produzione del suono: pulita e cristallina.
Una gradita sorpresa!
Sunday, September 21, 2008
Giù il cappello
Ho sentito l'amico Steve al telefono; mi ha dichiarato di aver chiuso con il calcio. Per chi non lo conosce, è un po' come se il Papa dichiarasse di aver chiuso con il Cristianesimo. In entrambi i casi, onore al merito!
Modelli
A Milano è nuovamente la settimana della Moda, una delle cose di cui farei volentieri a meno per la mia città: tutto fuorché un vanto.
Quest'anno si è voluto dare un certo risalto alle sfilate di Elena Mirò (vero nome Elena Miroglio), le cosiddette sfilate per modelle grandi taglie.
Ho visto i servizi in TV: finalmente hanno mandato in passerella ragazze normali, ragazze con le curve, quelle che, omosessuali a parte, piacciono a noi uomini.
È un primo passo, anche se per ora si tratta solo di una timida eccezione. Il fatto stesso che si parli di taglie forti per indicare quelle che sono invece taglie normali è un segnale preciso.
Quando rifletto, spesso mi trovo invischiato in domande profonde; altrettanto spesso non trovo risposte.
Penso all'architettura del Paesi comunisti, alla cancellazione sistematica del bello. Dichiarato fuori legge, proibito, e poi sostituito da un grigio oceano di geometrico calcestruzzo. Uguaglianza innaturale, omicidio della nostra dignità.
Paesi lontani, si può pensare. Cose che non ci appartengono. Ma è lo stesso anche da noi. Esaltiamo donne-scheletro, viviamo immersi nel consumo; la fretta al posto della lentezza, il domani al posto dell'oggi. È il brutto che divora il bello.
E a volte è meglio non pensare.
Quest'anno si è voluto dare un certo risalto alle sfilate di Elena Mirò (vero nome Elena Miroglio), le cosiddette sfilate per modelle grandi taglie.
Ho visto i servizi in TV: finalmente hanno mandato in passerella ragazze normali, ragazze con le curve, quelle che, omosessuali a parte, piacciono a noi uomini.
È un primo passo, anche se per ora si tratta solo di una timida eccezione. Il fatto stesso che si parli di taglie forti per indicare quelle che sono invece taglie normali è un segnale preciso.
Quando rifletto, spesso mi trovo invischiato in domande profonde; altrettanto spesso non trovo risposte.
Penso all'architettura del Paesi comunisti, alla cancellazione sistematica del bello. Dichiarato fuori legge, proibito, e poi sostituito da un grigio oceano di geometrico calcestruzzo. Uguaglianza innaturale, omicidio della nostra dignità.
Paesi lontani, si può pensare. Cose che non ci appartengono. Ma è lo stesso anche da noi. Esaltiamo donne-scheletro, viviamo immersi nel consumo; la fretta al posto della lentezza, il domani al posto dell'oggi. È il brutto che divora il bello.
E a volte è meglio non pensare.
Falsi amici di tipo V
vacancy (s.): posto o posizione disponibile; non significa vacanza che invece si dice holiday o vacation
vacant (ag.), vacantly (av.), to vacate (v.): sono legati al significato di cui sopra
vermin (s.): parassiti, feccia; verme si traduce worm
versus (pr.): contro; verso si traduce in modi diversi a seconda della situazione specifica
villain (s. e ag.): furfantesco, malvagio, furfante, mascalzone; non significa villano che si traduce rude
villainous (ag.), villainously (av.), villainousness (s.), villainy (s.): sono legati al significato di cui sopra
to vindicate (v.): rivendicare; non significa vendicare che invece si traduce to revenge o to avenge
vindicability (s.), vindicable (ag.), vindication (s.), vindicator (s.), vindicatory (ag.), vindicatress (s.): sono legati al significato di cui sopra
vista (s.): scorcio panoramico; vista si dice sight
volubility (s.): loquacità, scioltezza di eloquio
voluble (ag.), volubleness (s.), volubly (av.): sono legati al significato di cui sopra
vacant (ag.), vacantly (av.), to vacate (v.): sono legati al significato di cui sopra
vermin (s.): parassiti, feccia; verme si traduce worm
versus (pr.): contro; verso si traduce in modi diversi a seconda della situazione specifica
villain (s. e ag.): furfantesco, malvagio, furfante, mascalzone; non significa villano che si traduce rude
villainous (ag.), villainously (av.), villainousness (s.), villainy (s.): sono legati al significato di cui sopra
to vindicate (v.): rivendicare; non significa vendicare che invece si traduce to revenge o to avenge
vindicability (s.), vindicable (ag.), vindication (s.), vindicator (s.), vindicatory (ag.), vindicatress (s.): sono legati al significato di cui sopra
vista (s.): scorcio panoramico; vista si dice sight
volubility (s.): loquacità, scioltezza di eloquio
voluble (ag.), volubleness (s.), volubly (av.): sono legati al significato di cui sopra
Saturday, September 20, 2008
Alitalia, vergogna d'Italia
di Danielone
(apparso in origine su anniquaranta.blogspot.com il 17/09/2008)
Due anna fa inauguravo questo blog nel mezzo di una delle infinite crisi epocali dell'Alitalia. Allora facevo considerazioni sul livello di litigiosità, sindacale e di servizio, di questa compagnia e concludevo che gli Italiani che ancora desideravano farsi del male volando Alitalia erano ostaggi di una proterva banda di facinorosi sindacalizzati [...].
Io ovviamente non volo Alitalia da anni. L'ultima volta fu un Budapest-Milano in cui mi sentii apostrofare da una cameriera di bordo:"Ao che vo'".
In questi giorni si sta dipanando, sotto la regia di Berlusconi e lo sguardo attonito di una decina di capitalisti sado-masochisti [...], un teatrino di ineguagliabile comicità. Gente che porta la responsabilità materiale e morale del fallimento di fatto di Alitalia che strepita su piani strategici che a loro non aggradano, mobilità dorate, confederali che giocano gli ultimi atti di una protagonismo velenoso, cameriere di bordo che rivendicano il mantenimento di privilegi salariali inauditi sfilando per le vie di Roma, pazzarielli napoletani che fingono di bruciarsi in piazza, un ministro del lavoro che ogni ora cala le braghe sino a mostrare le impudicizie.
Il liquidatore Fantozzi, nomen omen, osserva esterrefatto e pensa che forse settimana prossima non potrà pagare la benzina avio.
Domani il circo dovrebbe finire per esaurimento delle forze.
Mi auguro che venerdì Fantozzi salga le scale del Tribunale fallimentare di Roma.
(apparso in origine su anniquaranta.blogspot.com il 17/09/2008)
Due anna fa inauguravo questo blog nel mezzo di una delle infinite crisi epocali dell'Alitalia. Allora facevo considerazioni sul livello di litigiosità, sindacale e di servizio, di questa compagnia e concludevo che gli Italiani che ancora desideravano farsi del male volando Alitalia erano ostaggi di una proterva banda di facinorosi sindacalizzati [...].
Io ovviamente non volo Alitalia da anni. L'ultima volta fu un Budapest-Milano in cui mi sentii apostrofare da una cameriera di bordo:"Ao che vo'".
In questi giorni si sta dipanando, sotto la regia di Berlusconi e lo sguardo attonito di una decina di capitalisti sado-masochisti [...], un teatrino di ineguagliabile comicità. Gente che porta la responsabilità materiale e morale del fallimento di fatto di Alitalia che strepita su piani strategici che a loro non aggradano, mobilità dorate, confederali che giocano gli ultimi atti di una protagonismo velenoso, cameriere di bordo che rivendicano il mantenimento di privilegi salariali inauditi sfilando per le vie di Roma, pazzarielli napoletani che fingono di bruciarsi in piazza, un ministro del lavoro che ogni ora cala le braghe sino a mostrare le impudicizie.
Il liquidatore Fantozzi, nomen omen, osserva esterrefatto e pensa che forse settimana prossima non potrà pagare la benzina avio.
Domani il circo dovrebbe finire per esaurimento delle forze.
Mi auguro che venerdì Fantozzi salga le scale del Tribunale fallimentare di Roma.
Occhi artici
Segnalo il sito www.arctic.noaa.gov, la sezione artica del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administrationdove). Vi si possono trovare interessanti informazioni sulla regione artica e immagini tratte da webcam poste in loco; alcune immagini sono anche elaborate in sequenza in modo da creare effetti di animazione.
Menti straordinarie. David Mumford
Con Mumford chiudo questa serie di post.
David Mumford si è occupato di svariate aree della matematica, fatto che, oltre al conseguimento della medaglia Fields nel 1974, gli ha attribuito fama di matematico eclettico.
Riporto un unico breve brano in cui ci parla del ruolo della matematica nella cultura:
"Una persona acculturata dovrebbe anche essere enumerata e sapere che nel mondo delle idee contare e misurare sono attività tanto importanti quanto il parlare. E forse anche di più, visto che la matematica è il linguaggio in cui Dio ha scritto le leggi dell'universo".
David Mumford si è occupato di svariate aree della matematica, fatto che, oltre al conseguimento della medaglia Fields nel 1974, gli ha attribuito fama di matematico eclettico.
Riporto un unico breve brano in cui ci parla del ruolo della matematica nella cultura:
"Una persona acculturata dovrebbe anche essere enumerata e sapere che nel mondo delle idee contare e misurare sono attività tanto importanti quanto il parlare. E forse anche di più, visto che la matematica è il linguaggio in cui Dio ha scritto le leggi dell'universo".
Menti straordinarie. Michael Atiyah
Michael Atiyah è un matematico che si è occupato con ottimi risultati di topologia, ramo nel quale ha sviluppato una serie di lavori che nel 1966 gli hanno fruttato la medaglia Fields, l'equivalente per la matematica del Nobel. Nel 2004 ha vinto anche il premio Abel, altro importante riconoscimento di settore.
Con Odifreddi ha parlato di matematica nei termini seguenti:
"La matematica è una disciplina precisa e impegnativa, ed è inevitabile che la maggior parte della gente la trovi difficile: non credo che diventerà mai veramente popolare. A certi livelli può essere divertente, ad esempio quando si tratta di risolvere dei puzzle. E naturalmente servirebbe avere insegnati migliori. Ma l'importante è che alla matematica sia riconosciuto il suo ruolo centrale nella nostra cultura, come fondamento dell'era tecnologica: i matematici vogliono rispetto, non facile popolarità!".
E ha parlato anche di quel che possono fare matematici e scienziati in genere contro gli armamenti nucleari:
"Devono preservare la loro integrità, senza svendersi al governo, all'esercito o all'industria. Il loro compito è duplice: sviluppare la scienza per il beneficio dell'umanità, e sensibilizzare l'opinione pubblica sulle questioni scientifiche importanti. Ma lo possono svolgere solo se mantengono la fiducia della gente. Quanto ai matematici, il loro lavoro li allena a pensare con precisione, e a esplicitare ipotesi nascoste: tutte qualità che, applicate alla sfera politica, aiutano a produrre politiche sensate, a partire dai tentativi per preservare la pace".
Con Odifreddi ha parlato di matematica nei termini seguenti:
"La matematica è una disciplina precisa e impegnativa, ed è inevitabile che la maggior parte della gente la trovi difficile: non credo che diventerà mai veramente popolare. A certi livelli può essere divertente, ad esempio quando si tratta di risolvere dei puzzle. E naturalmente servirebbe avere insegnati migliori. Ma l'importante è che alla matematica sia riconosciuto il suo ruolo centrale nella nostra cultura, come fondamento dell'era tecnologica: i matematici vogliono rispetto, non facile popolarità!".
E ha parlato anche di quel che possono fare matematici e scienziati in genere contro gli armamenti nucleari:
"Devono preservare la loro integrità, senza svendersi al governo, all'esercito o all'industria. Il loro compito è duplice: sviluppare la scienza per il beneficio dell'umanità, e sensibilizzare l'opinione pubblica sulle questioni scientifiche importanti. Ma lo possono svolgere solo se mantengono la fiducia della gente. Quanto ai matematici, il loro lavoro li allena a pensare con precisione, e a esplicitare ipotesi nascoste: tutte qualità che, applicate alla sfera politica, aiutano a produrre politiche sensate, a partire dai tentativi per preservare la pace".
Extra e sub
Castelvolturno, provincia di Caserta. La rivolta che alcuni extracomunitari hanno inscenato dopo l'ultima strage di camorra ai danni di sei loro connazionali è ancora fresca di immagini televisive.
Io ne ho dedotto quanto segue: (1) quando intervistati dalla TV gli extracomunitari si sono espressi in una lingua a noi comprensibile, a differenza di buona parte degli Italiani residenti in loco (che hanno quasi sempre paura di parlare, e quando lo fanno ci vogliono i sottotitoli); (2) quegli stessi extracomunitari hanno avuto l'intelligenza di scrivere cartelli di protesta anche in Inglese, con l'evidente scopo di rendere il senso delle loro rivendicazioni comprensibile anche oltre confine.
Io ne ho dedotto quanto segue: (1) quando intervistati dalla TV gli extracomunitari si sono espressi in una lingua a noi comprensibile, a differenza di buona parte degli Italiani residenti in loco (che hanno quasi sempre paura di parlare, e quando lo fanno ci vogliono i sottotitoli); (2) quegli stessi extracomunitari hanno avuto l'intelligenza di scrivere cartelli di protesta anche in Inglese, con l'evidente scopo di rendere il senso delle loro rivendicazioni comprensibile anche oltre confine.
Friday, September 19, 2008
Menti straordinarie. Carlo Rubbia
Ho sviluppato la passione per la fisica moderna ai tempi del liceo, si comprenderà dunque che ero particolarmente interessato alla parte del testo di Odifreddi dedicata proprio ai fisici. Ma, con grande rammarico, quella è stata la sezione più deludente dell'intero libro. Dei Nobel intervistati l'unico che ha saputo darmi spunti di interesse per il blog è stato Carlo Rubbia.
Rubbia si è occupato di particelle: al CERN di Ginevra (di cui è stato direttore dal 1989 al 1993) ha scoperto l'esistenza di alcuni bosoni (quelli non troppo amati da Kary Mullis, si veda il post precedente), in particolare i bosoni responsabili della forza elettrodebole. Ha ricevuto il Nobel nel 1984 assieme a Simon van der Meer.
È noto al grande pubblico più che altro per le sue idee in materia di energie rinnovabili (è stato presidente dell'ENEA dal 1999 al 2005) e soprattutto per il carattere abbastanza ruvido, proprio delle persone semplici ma fortemente determinate.
Il primo frammento di intervista riguarda proprio le energie da fonti rinnovabili:
"Bisogna sviluppare per tempo energie alternative, basate sugli unici due tipi di energia capaci di assicurare la sopravvivenza del genere umano: il nucleare e il solare. Dobbiamo quindi tornare alla ricerca vigorosa di nuove fonti di energia, ed è compito della scienza e della tecnologia sviluppare per tempo nuovi metodi rivoluzionari".
Del nucleare dice:
"Non c'è dubbio, comunque, che sarà difficile, per non dire impossibile, ottenere un sostegno popolare per il nucleare senza una soluzione radicale al problema degli attuali rifiuti, che hanno una vita di milioni di anni!".
Quando Odifreddi chiede: "Ma esiste una via regia al nucleare?" Rubbia risponde così:
"Io penso che ci sia, e che sia quella basata sul torio. Che non è proliferante, e dunque non può portare né a Hiroshima né a Chernobyl. E non ha bisogno di arricchimento, come l'uranio. E produce solo scorie radioattive a vita breve, inferiore ai trent'anni. Ed è abbondante su tutto il pianeta".
Ecco infine le sue considerazioni sul solare:
"Si devono sviluppare nuovi metodi basati sulla concentrazione dei raggi del sole, secondo il vecchio principio già usato da Archimede. E bisogna associarli a un'accumulazione di energia che permetta di ovviare alle variazioni intrinseche o aleatorie del solare, dalla notte alla nuvolosità".
A proposito di Archimede... immagino tutti sappiano che il progetto omonimo impiantato da Rubbia in Sicilia è miseramente fallito. Per fortuna nostra è però stato trasferito in Spagna, dove tutto procede a meraviglia, con il supporto del governo e di grandi finanziamenti.
Rubbia si è occupato di particelle: al CERN di Ginevra (di cui è stato direttore dal 1989 al 1993) ha scoperto l'esistenza di alcuni bosoni (quelli non troppo amati da Kary Mullis, si veda il post precedente), in particolare i bosoni responsabili della forza elettrodebole. Ha ricevuto il Nobel nel 1984 assieme a Simon van der Meer.
È noto al grande pubblico più che altro per le sue idee in materia di energie rinnovabili (è stato presidente dell'ENEA dal 1999 al 2005) e soprattutto per il carattere abbastanza ruvido, proprio delle persone semplici ma fortemente determinate.
Il primo frammento di intervista riguarda proprio le energie da fonti rinnovabili:
"Bisogna sviluppare per tempo energie alternative, basate sugli unici due tipi di energia capaci di assicurare la sopravvivenza del genere umano: il nucleare e il solare. Dobbiamo quindi tornare alla ricerca vigorosa di nuove fonti di energia, ed è compito della scienza e della tecnologia sviluppare per tempo nuovi metodi rivoluzionari".
Del nucleare dice:
"Non c'è dubbio, comunque, che sarà difficile, per non dire impossibile, ottenere un sostegno popolare per il nucleare senza una soluzione radicale al problema degli attuali rifiuti, che hanno una vita di milioni di anni!".
Quando Odifreddi chiede: "Ma esiste una via regia al nucleare?" Rubbia risponde così:
"Io penso che ci sia, e che sia quella basata sul torio. Che non è proliferante, e dunque non può portare né a Hiroshima né a Chernobyl. E non ha bisogno di arricchimento, come l'uranio. E produce solo scorie radioattive a vita breve, inferiore ai trent'anni. Ed è abbondante su tutto il pianeta".
Ecco infine le sue considerazioni sul solare:
"Si devono sviluppare nuovi metodi basati sulla concentrazione dei raggi del sole, secondo il vecchio principio già usato da Archimede. E bisogna associarli a un'accumulazione di energia che permetta di ovviare alle variazioni intrinseche o aleatorie del solare, dalla notte alla nuvolosità".
A proposito di Archimede... immagino tutti sappiano che il progetto omonimo impiantato da Rubbia in Sicilia è miseramente fallito. Per fortuna nostra è però stato trasferito in Spagna, dove tutto procede a meraviglia, con il supporto del governo e di grandi finanziamenti.
Thursday, September 18, 2008
Menti straordinarie. Kary Mullis
Kary Mullis è l'inventore della PCR (polymerase chain reaction), una tecnica di amplificazione dei segmenti di DNA che oggi trova applicazioni in numerosi campi. La scoperta, risalente al 1983, è valsa a Mullis il Nobel per la chimica nel 1993.
La sua intervista a Odifreddi è tra le più interessanti dell'intero testo. Ecco alcuni passaggi significativi:
P Odifreddi: "Ma le credenze possono andare contro le opinioni scientifiche?".
K Mullis: "Se si decide che il metodo scientifico sia l'unico modo per capire l'esistenza e l'universo, si esclude automaticamente la possibilità di avere credenze. Ma questo richiede l'abbandono di una parte del proprio sé attivo e sperimentale, e fin da bambino io ho rifiutato l'idea che qualcuno potesse impormi la propria opinione: per questo non ho mai appartenuto a nessuna religione organizzata. Ma ho le mie credenze, che possono sempre essere modificate dalle mie esperienze".
P Odifreddi: "Secondo Aristotele e William James, bisognerebbe accettare solo le esperienze che si comprendono: lei è d'accordo?".
K Mullis: "Per niente. Le mie percezioni sono il mio legame primario con la mia realtà: le accetto per quello che sono, e mi danno informazioni che considero automaticamente affidabili. In caso di conflitto, io seguo le mie percezioni e non i miei pensieri: la ragione è secondaria, per il mio modo di essere, mentre i sensi sono primari. Il pensiero razionale mi dà un grande piacere e lo rispetto enormemente, ma per me la realtà è ciò che vedo, odoro, sento, tocco...".
P Odifreddi: "È per questo che lei non ha paura di avere opinioni che vanno contro quelle della maggioranza, e che spesso sono considerate strane o irrazionali?".
K Mullis: "Le opinioni scientifiche sono temporanee, per loro stessa natura: si giudicano in base all'evidenza disponibile, ma rimangono perennemente in attesa di ulteriore evidenza. E si possono benissimo avere credenze opposte alle proprie opinioni scientifiche: le due cose possono coesistere nella stessa testa [...]".
A proposito di scientificità:
"L'unico modo di essere scientifici è di tenere la mente aperta, ed essere preparati a lasciar cadere i propri pregiudizi. [...] Le cose che non si possono misurare, o sulle quali non si possono fare esperimenti, non sono scientifiche".
Infine un pensiero molto personale sull'idea di precarietà:
"Viviamo in un mondo molto precario. Non nel senso sociale, ma fisico: delle cose che ogni tanto ci cadono addosso e hanno enormi effetti. E la prossima volta che una cadrà, non vorrei soltanto guardarla impotente sulla CNN: non mi piacerebbe che un giorno un astronomo avvistasse qualcosa largo tre chilometri che sta per piombare a 50.000 chilometri all'ora nel bel mezzo dell'oceano e solleverà un'onda di 150 metri di altezza, e pensassi che avremmo potuto fare qualcosa per fermarla, invece di sprecare il nostro tempo a studiare i bosoni".
La sua intervista a Odifreddi è tra le più interessanti dell'intero testo. Ecco alcuni passaggi significativi:
P Odifreddi: "Ma le credenze possono andare contro le opinioni scientifiche?".
K Mullis: "Se si decide che il metodo scientifico sia l'unico modo per capire l'esistenza e l'universo, si esclude automaticamente la possibilità di avere credenze. Ma questo richiede l'abbandono di una parte del proprio sé attivo e sperimentale, e fin da bambino io ho rifiutato l'idea che qualcuno potesse impormi la propria opinione: per questo non ho mai appartenuto a nessuna religione organizzata. Ma ho le mie credenze, che possono sempre essere modificate dalle mie esperienze".
P Odifreddi: "Secondo Aristotele e William James, bisognerebbe accettare solo le esperienze che si comprendono: lei è d'accordo?".
K Mullis: "Per niente. Le mie percezioni sono il mio legame primario con la mia realtà: le accetto per quello che sono, e mi danno informazioni che considero automaticamente affidabili. In caso di conflitto, io seguo le mie percezioni e non i miei pensieri: la ragione è secondaria, per il mio modo di essere, mentre i sensi sono primari. Il pensiero razionale mi dà un grande piacere e lo rispetto enormemente, ma per me la realtà è ciò che vedo, odoro, sento, tocco...".
P Odifreddi: "È per questo che lei non ha paura di avere opinioni che vanno contro quelle della maggioranza, e che spesso sono considerate strane o irrazionali?".
K Mullis: "Le opinioni scientifiche sono temporanee, per loro stessa natura: si giudicano in base all'evidenza disponibile, ma rimangono perennemente in attesa di ulteriore evidenza. E si possono benissimo avere credenze opposte alle proprie opinioni scientifiche: le due cose possono coesistere nella stessa testa [...]".
A proposito di scientificità:
"L'unico modo di essere scientifici è di tenere la mente aperta, ed essere preparati a lasciar cadere i propri pregiudizi. [...] Le cose che non si possono misurare, o sulle quali non si possono fare esperimenti, non sono scientifiche".
Infine un pensiero molto personale sull'idea di precarietà:
"Viviamo in un mondo molto precario. Non nel senso sociale, ma fisico: delle cose che ogni tanto ci cadono addosso e hanno enormi effetti. E la prossima volta che una cadrà, non vorrei soltanto guardarla impotente sulla CNN: non mi piacerebbe che un giorno un astronomo avvistasse qualcosa largo tre chilometri che sta per piombare a 50.000 chilometri all'ora nel bel mezzo dell'oceano e solleverà un'onda di 150 metri di altezza, e pensassi che avremmo potuto fare qualcosa per fermarla, invece di sprecare il nostro tempo a studiare i bosoni".
Alifarsa
Il funerale di Alitalia sembrava fissato per giovedì scorso. Poi, per come vanno le cose in questo ameno Paese, si è trovato il modo di riaprire le trattative. Un colpo di teatro, la solita furba magia all'italiana. Oggi è di nuovo giovedì e di nuovo le trattative sono colate a picco. Si aprono i cancelli del fallimento. Ma lo si dice da tanto. Questa volta sarà fallimento davvero? Per quanto dolorosa, questa sembra comunque la soluzione più giusta, quella che da sempre ci sussurra la vocina di saggezza che ognuno di noi ha dentro. Per risorgere bisogna prima cadere, bisogna espiare, pagare i propri debiti, quelli frutto di una ignobile gestione passata che conosciamo tutti. Il resto è una grande bugia. Ma nel Paese di San Gennaro è difficile celebrare i funerali, e i morti sono solo cadaveri a metà: non muoiono mai. Per una morte vera questa volta ci vorrebbe un miracolo. Ma io sono ateo.
Wednesday, September 17, 2008
Piedi d'argilla
I piedi d'argilla sono quelli dell'economia virtuale, che oggi, finalmente, torna a soccombere, trascinando con sé le borse mondiali, per lasciare nuovamente il posto alla concretezza dell'economia reale, la sola che conta davvero.
Tuesday, September 16, 2008
Meglio oggi o domani?
Ho letto "Oggi È Meglio Di Domani"di Bruno Koeltz (2007, Sperling & Kupfer Editori www.sperling.it, traduzione di Eliane Nortey dall'originale del 2006 "Comment Ne Pas Tout Remettre Au Lendemain").
Il sottotitolo ("Impara l'arte di risolvere e non rimandare") focalizza l'argomento trattato. Il testo rientra nella categoria dei manuali di auto-aiuto, solitamente scritti da autori statunitensi, ma Koeltz è medico e psicoterapeuta che vive non lontano da Parigi. È incentrato interamente sulle problematiche della procrastinazione, ovvero la tendenza a rimandare in là nel tempo attivà che potremmo compiere prima; un'esperienza che, in misura diversa, ha riguardato e riguarda ognuno di noi, ma che per alcuni può avere conseguenze anche gravi, con riflessi negativi sulla vita lavorativa, scolastica, sociale e di relazione.
Il libro è strutturato in tre sezioni: una introduttiva, una teorica e una pratica. Anche se dedicato a una tematica precisa e così circoscritta si possono comunque trarre interessanti spunti di riflessione e consigli che potrebbero tornare utili per ciascuno di noi.
Personalmente ho trovato particolarmente stimolanti i capitoli dedicati all'autostima, ai legami tra cognizioni, emozioni e comportamenti, e ai pensieri disfunzionali con relativi consigli per rimuovere le distorsioni cognitive che da essi derivano.
Non sempre la lettura è fluida e certi passaggi soffrono di una certa noia di fondo. Ho invece apprezzato lo sforzo dell'autore di mantenera la trattazione su binari il più possibile scientifici e rigorosi senza tuttavia scadere nel complicato o nell'eccessivamente tecnico.
Il sottotitolo ("Impara l'arte di risolvere e non rimandare") focalizza l'argomento trattato. Il testo rientra nella categoria dei manuali di auto-aiuto, solitamente scritti da autori statunitensi, ma Koeltz è medico e psicoterapeuta che vive non lontano da Parigi. È incentrato interamente sulle problematiche della procrastinazione, ovvero la tendenza a rimandare in là nel tempo attivà che potremmo compiere prima; un'esperienza che, in misura diversa, ha riguardato e riguarda ognuno di noi, ma che per alcuni può avere conseguenze anche gravi, con riflessi negativi sulla vita lavorativa, scolastica, sociale e di relazione.
Il libro è strutturato in tre sezioni: una introduttiva, una teorica e una pratica. Anche se dedicato a una tematica precisa e così circoscritta si possono comunque trarre interessanti spunti di riflessione e consigli che potrebbero tornare utili per ciascuno di noi.
Personalmente ho trovato particolarmente stimolanti i capitoli dedicati all'autostima, ai legami tra cognizioni, emozioni e comportamenti, e ai pensieri disfunzionali con relativi consigli per rimuovere le distorsioni cognitive che da essi derivano.
Non sempre la lettura è fluida e certi passaggi soffrono di una certa noia di fondo. Ho invece apprezzato lo sforzo dell'autore di mantenera la trattazione su binari il più possibile scientifici e rigorosi senza tuttavia scadere nel complicato o nell'eccessivamente tecnico.
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