Saturday, March 14, 2009

Warrel Dane

di Stefano Biondi
(apparso in origine su www.kronic.it il 12/05/2008)

Warrel Dane - Praises To The War Machine (2008)
Century Media
www.warreldane.com

Può capitare dopo vent'anni di onorata carriera musicale che ti salti in testa di fare qualcosa di tuo. Di trovare una strada che non sia il risultato di una mediazione lungamente ragionata con gli altri componenti del gruppo. Di voler sfuggire al gioco perverso dei paragoni con l'album prima, con lo stile consolidato e sorprendere tutti con qualcosa che porta il tuo nome. È esattamente questo che cercava Warrel Dane quando ha maturato l'idea di un album solista.

Non dev'esser facile trovare il proprio spazio in un gruppo come i Nevermore, che pur senza aver fatto il balzo verso le folle oceaniche si è comunque saputo ritagliare una cospicua fetta di fan fedeli quanto esigenti, alla ricerca di quel raffinato e complicato intreccio strumentale su cui il vocalist di Seattle tesse le sue trame vocali. È quindi una logica quanto benenvenuta conseguenza di questa faticosa coabitazione il fatto che il nuovo Praises To The War Machine prenda le distanze dallo stile della band autrice di alcuni tra i più apprezzati dischi metal degli ultimi 15 anni. Scontato che a questo punto il nuovo centro di gravità della proposta musicale sia proprio la voce di Warrel, le cui poliedriche interpretazioni hanno contribuito a far amare i Nevermore almeno quanto le spettacolari parti di chitarra architettate da Jeff Loomis. Sin dai primissimi ascolti risulta evidente come gli sforzi profusi nella realizzazione di questo album abbiano dato ottimi frutti. È infatti davvero difficile districarsi tra i meravigliosi refrain del disco per scegliere quali menzionare; io opto per quelli di Lucretia My Reflection (cover dei Syster Of Mercy) e Brother, lasciando a ciascuno il piacere di scoprire gli altri. C'è poi spazio per power-ballad come Let You Down o la maestosa Your Chosen Misery, ma anche per brani più potenti come l'opener When We Pray. L'attitudine più immediata e "catchy" che i Nevemore hanno sfoderato su Dead Heart In A Dead World è qui stata sviluppata con il supporto di trame musicali più lineari (ma mai banali), concepite e registrate con l'aiuto del vecchio compagno Jim Sheppard (con Warrel fin dai tempi dei Sanctuary a fine '80) e di una vecchia volpe del metal scandinavo quale Pete Wichers (ex Soilwork).

Un grande lavoro da parte di uno dei migliori cantanti heavy metal della scena contemporanea, pronto a far strage di consensi anche tra coloro che non hanno mai digerito la complessità dei Nevermore.